| Un sorriso all'aurora |
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QUARESIMA 2010
Carissimi gifrini di Calabria, il Signore vi colmi sempre della sua Pace.
Anche in questo tempo di Quaresima, arriva il nostro Gifrabus, sul quale siamo tutti invitati a salire per ritrovarci, come fraternità regionale, nella nostra “saletta virtuale”. Dopo avervi salutati con fraterno affetto, ecco che vi presentiamo Raoul Follereau ed un suo amico un po’ speciale, che ci faranno compagnia in questo tempo di preparazione alla Pasqua, cuore della nostra fede e centro dell’Anno Liturgico.
Follereau si trovava in un lebbrosario, in un'isola del Pacifico. Un incubo di orrore. Le persone che vivono lì sono cadaveri ambulanti; si vede solo disperazione, rabbia, piaghe e mutilazioni orrende. Eppure, in mezzo a tanta devastazione, un anziano malato conservava occhi sorprendentemente luminosi e sorridenti. Soffriva nel corpo, come i suoi infelici compagni, ma dimostrava attaccamento alla vita, non disperazione, e dolcezza nel trattare gli altri. Incuriosito da quel vero miracolo di vita, nell'inferno del lebbrosario, Follereau volle cercarne la spiegazione: che cosa mai poteva dare tanta forza di vivere a quel vecchio così colpito dal male? Lo pedinò, discretamente. Scoprì che, immancabilmente, allo spuntar dell'alba, il vecchietto si trascinava al recinto che circondava il lebbrosario, e raggiungeva un posto ben preciso. Si metteva a sedere e aspettava. Non era il sorgere del sole che aspettava. Né lo spettacolo dell'aurora del Pacifico. Aspettava fino a quando, dall'altra parte del recinto, spuntava una donna, anziana anche lei, con il volto coperto di rughe finissime, gli occhi pieni di dolcezza. La donna non parlava. Lanciava un messaggio silenzioso e discreto: un sorriso. Ma l'uomo si illuminava a quel sorriso e rispondeva con un altro sorriso. Il muto colloquio durava pochi istanti, poi il vecchietto si rialzava e trotterellava verso le baracche. Tutte le mattine. Una specie di comunione quotidiana. Il lebbroso, alimentato e fortificato da quel sorriso, poteva sopportare una nuova giornata e resistere fino al nuovo appuntamento con il sorriso di quel volto femminile. Quando Follereau glielo chiese, il lebbroso gli disse: «E' mia moglie!». E dopo un attimo di silenzio: «Prima che venissi qui, mi aveva curato in segreto, con tutto ciò che riusciva a trovare. Uno stregone le aveva dato una pomata. Lei tutti i giorni me ne spalmava la faccia, salvo una piccola parte, sufficiente per apporvi le sue labbra per un bacio... Ma tutto è stato inutile. Allora mi hanno preso e mi hanno portato qui. Ma lei mi ha seguito. E quando ogni giorno la rivedo, solo da lei so che sono ancora vivo, solo per lei mi piace ancora vivere».
Noi, fortunati figli del XX sec., non possiamo comprendere la paura secolare per questa malattia che a lungo ha evocato terrore, a causa della sua incurabilità, delle tremende mutilazioni che provoca e degli effetti devastanti ed inconfondibili. Il bacillo che la causa, distrugge i nervi periferici provocando insensibilità, che espone la persona a ferite e alla distruzione dei tessuti organici. Se non curata, e fino alla prima metà del secolo scorso non c’era alcun medicinale, provoca danni progressivi e permanenti a pelle, nervi, arti ed occhi (da qui nasceva l’avversione di Francesco d’Assisi, e dell’uomo di ogni tempo, per i lebbrosi). Solo con questa piccola premessa possiamo comprendere lo stupore di Raul Follereau per gli occhi sorprendentemente luminosi e sorridenti di quell’uomo che incontrò nel lebbrosario di quell’isola del Pacifico. Il sentirsi amato dalla donna con la quale aveva condiviso la sua vita (nonostante quest’ultima stando vicino al marito rischiasse di contrarre lo stesso morbo) non cambiava la sua condizione fisica, ma il modo di viverla. Quanto è vero!!! L’amore cioè, il sapere di essere importanti per qualcuno, rende il nostro quotidiano davvero diverso; non cambia quello che siamo o quello che ci sta intorno, ma cambia il nostro modo di vederlo e di viverlo. Proprio perché il nostro cuore è pieno, siamo capaci di relativizzare tutto ciò che ci circonda, per quanto incomprensibile esso possa essere, perché abbiamo la cosa più importante, l’unica per la quale vale la pena vivere: sentirsi amati! Ci auguriamo che ognuno di voi, almeno una volta nella vita, abbia fatto questa esperienza. Che l’affetto venga da un membro della nostra famiglia, della nostra fraternità, da un amico o da un’amica, dalla vostra ragazza o dal vostro ragazzo, l’aver sperimentato che cosa vuol dire essere amati, è la condizione fondamentale senza la quale non si può capire il senso della Pasqua e più ancora del nostro essere cristiani. Nel Triduo Santo celebreremo infatti il memoriale, cioè l’oggi, di un Dio che dona la Sua Vita per noi perché gli siamo cari, perché siamo importanti per Lui. Solo se il nostro essere cristiani sarà un fare esperienza di questo Amore, che supera ogni immaginazione umana, avrà senso; altrimenti si ridurrà ad una serie di cose da fare o da non fare, delle quali prima o poi ci stancheremo. Solo questa esperienza riempirà veramente il nostro cuore e ci permetterà di comprendere quello che Gesù dice nel Vangelo: nemmeno un capello del vostro capo perirà (Lc 21,18). Un singolo capello è qualcosa di davvero insignificante, ma i nostri sono tutti contati da Dio e Lui si prende cura di ciascuno di essi, e neppure uno cade a terra senza essere da Lui raccolto. Ecco la certezza che deve accompagnarci in ogni istante della nostra vita: siamo custoditi! Fare questa esperienza, guadagnare questa consapevolezza, non cambierà tutte le situazioni della nostra vita che non ci piacciono: non farà sì che le persone alle quali vogliamo bene siano sempre come “pretendiamo” che siano; che nelle nostre fraternità si faccia tutto quello che reputiamo la cosa migliore; che i nostri amici ci comprendano sempre. Ci permetterà però di vivere tutte queste cose in maniera diversa, perché sapremo di essere Amati di quell’Amore che cerchiamo, anche inconsapevolmente, e che è la fonte di ogni altro amore, di ogni altro bene, di ogni altro affetto. Inoltre, più sarà vera l’esperienza di questo Amore da parte nostra, più ci permetterà di “mettere mano” a tutte quelle situazioni “troppo comode” della nostra vita, che crediamo siano la cosa migliore per noi, ma che in realtà ci fanno perdere di serenità con noi stessi e nel rapporto con gli altri. E’ questo quello che auguriamo prima di tutto a noi Assistenti, perché se non saremo capaci di scoprire questo Amore nella nostra vita, non saremo in grado di donarvelo. Lo auguriamo ai membri del consiglio regionale, che sono stati chiamati ad essere i vostri primi animatori. Lo auguriamo a ciascuno di voi, affinché comprendiate che il nostro essere cristiani è ciò che dona pienezza di senso alla vita dell’uomo e ci insegna cosa vuol dire essere Amati e amare. Permetteteci però di augurarlo in modo particolare, con tutto l’affetto del quale siamo capaci, a Vincenzo, della fraternità di Commenda. Vincenzo che tu possa sentirti, ogni giorno di più, Amato di quell’Amore che dona senso anche a ciò che umanamente è assurdo, incomprensibile, doloroso. In questo tempo di Quaresima, e sempre nella nostra vita, il sacramento dell’Eucarestia e quello della Riconciliazione siano il luogo della recinzione nel quale gli occhi di Dio aspettano di incrociare i nostri occhi, per dirci con uno sguardo quello che nessuna catechesi, nessun predicatore e nessun libro può dire. Questi occhi di Dio hanno incrociato quelli di Francesco e Chiara d'Assisi, trasfigurando la loro esistenza, e ci auguriamo che incrocino quelli di ciascuno di noi. fr. Mario Chiarello e fr. Francesco Bramuglia |
